Comolli e Spalletti, una lite che sapeva di inevitabile

Diciamocelo subito: quando due personalità forti condividono lo stesso spazio decisionale nel calcio, prima o poi succede. È quasi una legge fisica, tipo quella per cui due magneti con lo stesso polo si respingono. Dmitri Comolli e Luciano Spalletti non si sono mai veramente incastrati, e la rottura che è venuta fuori nelle ultime settimane ha sorpreso fino a un certo punto chi seguiva la situazione da vicino.

Ma partiamo dall’inizio, perché la storia merita di essere raccontata per bene.

Comolli è un dirigente di formazione europea , uno che ha lavorato con metodi analitici, dati, strutture moderne di scouting. Il tipo che crede nei processi, nelle valutazioni sistematiche, in una visione di club che va oltre il singolo allenatore. Ha portato questa filosofia in Federazione con l’idea di costruire qualcosa di più solido e duraturo rispetto ai cicli classici del calcio italiano, dove tutto ruota intorno alla figura del commissario tecnico e il resto è contorno.

Spalletti, invece, è esattamente l’opposto di un uomo di sistema.

Luciano Spalletti è un allenatore totalizzante , nel senso che tende a occupare tutto lo spazio disponibile, a voler controllare ogni variabile, a considerare la sua visione del calcio come quella giusta per definizione. Non è un difetto in assoluto, anzi. Al Napoli ha fatto cose straordinarie proprio grazie a questa intensità. Ma in un contesto federale, dove il potere è distribuito e le decisioni passano attraverso tavoli condivisi, questa caratteristica diventa potenzialmente esplosiva.

E infatti è esplosa.

Il nodo centrale della lite, stando a quello che è filtrato, riguardava la gestione del gruppo squadra e alcune scelte tecniche che Comolli riteneva di dover condividere o quantomeno discutere. Spalletti la vedeva diversamente , ovviamente. Per lui il campo è territorio suo, punto. Le interferenze, anche se mascherate da collaborazione istituzionale, non le ha mai digerite. Chi lo conosce sa che su questo non scende a compromessi, mai.

Beh, il risultato lo abbiamo visto tutti.

Quello che trovo interessante, però, è il contesto più ampio in cui questa rottura si inserisce. Il calcio italiano sta attraversando una fase di transizione abbastanza delicata, dove i vecchi modelli di gestione federale scricchiolano ei nuovi stentano ad affermarsi con chiarezza. Comolli rappresentava un tentativo, forse un po’ ambizioso, di importare logiche manageriali moderne in un ambiente tradizionalmente resistente al cambiamento. Spalletti rappresentava la continuità con una certa idea di calcio italiano fatto di personalità forti, gerarchie chiare, carisma che prevale sulla struttura.

Quando questi due mondi si scontrano, qualcuno deve cedere.

Per capire quanto queste dinamiche di potere influenzano anche i risultati sul campo, basta guardare cosa succede nelle competizioni europee quando i club o le nazionali arrivano con equilibri interni fragili. Come raccontato nell’articolo sulle semifinali di Europa League con Villa, Friburgo, Crystal Palace e Rayo Vallecano , la coesione tra staff tecnico e dirigenza fa spesso la differenza nei momenti decisivi, quelli dove il margine tra passare il turno ed essere eliminati è sottilissimo.

La questione non è chi avesse ragione tra i due. Probabilmente entrambi avevano le loro buone ragioni, come succede quasi sempre nelle controversie tra persone intelligenti. Il punto è che il sistema non ha retto l’urto, e questo dice qualcosa sulla fragilità delle strutture messe in piedi, più che sui singoli protagonisti.

Secondo me, e lo dico con tutta l’umiltà del caso, il problema stava già nel momento in cui sono stati messi insieme . Non perché fossero incompatibili come persone, magari davanti a una cena sarebbero anche andati d’accordo. Ma i ruoli che ricoprivano erano destinati a generare attrito. Comolli con la sua visione orizzontale del potere decisionale, Spalletti con la sua concezione verticale dove l’allenatore è il centro gravitazionale di tutto. Praticamente una collisione programmata.

E poi c’è la pressione dei risultati, che in nazionale si sente in modo diverso rispetto ai club. Ogni partita è un giudizio pubblico , ogni convocazione una dichiarazione politica, ogni sconfitta un processo mediatico che dura settimane. In questo clima, le tensioni interne si amplificano in modo esponenziale. Quello che in un club magari resta una discussione privata negli spogliatoi, in federazione diventa notizia, retroscena, fonte per giornalisti con contatti ovunque.

Per chi volesse approfondire le dinamiche del calcio italiano e seguire le evoluzioni di questa vicenda anche dal punto di vista delle quote e delle analisi di mercato, come mostrato sul sito ufficiale di Betcollect ci sono strumenti utili per leggere il momento con occhi diversi.

Adesso la domanda è cosa succede dopo. La Federazione deve ricucire o scegliere , e nessuna delle due opzioni è semplice. Ricucire significherebbe ammettere che il modello di governance scelto aveva delle crepe strutturali. Scegliere significherebbe perdere uno dei due, con tutto quello che comporta in termini di credibilità e progettualità futura.

Credo che vedremo sviluppi nelle prossime settimane. Il calcio italiano ha questa caratteristica affascinante e un po’ esasperante: non riesce mai a risolvere le cose in silenzio.

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